Sluggard - martedì, 20 maggio 2008 - 20:00
Un argomento topico degli uomini: l'imprevedibile, incomprensibile cuore delle donne. Che a loro sia incomprensibile un pò lo capisco, visto che per la maggior parte ne sono totalmente sguarniti. Ma perchè anche i più sensibili provano questo timore nei confronti delle donne? Cosa c'è da capire, mi chiedo?
Ve lo dico io quello che le donne vogliono, così lo chiariamo una volta per tutte.
Vogliono un pò di rispetto, come tutti gli esseri umani. Rispetto vuol dire che se una ragazza sta camminando per strada, anche se la trovi carina, non devi sentirti obbligato a strombazzare il clacson dalla tua Ferrari/Panda. Perchè sentirsi al centro di questa sguaiata attenzione non è bello, fa paura. Rispetto vuol dire che se con una ci vuoi fare solo sesso, diglielo prima. Parlatene. Magari anche lei si vuole divertire e se non è così, puoi trovartene un'altra. Rispetto vuol dire che quando parla le guardi la faccia e non le tette, rispetto vuol dire che se quello che sta dicendo è giusto non la devi contraddire perchè è una donna.
Vogliono un pò di calma. Il lavoro/la scuola, la palestra perchè se sei flaccida fai schifo, rimettere a posto la casa, fare le commissioni, consolare l'amica, portare fuori il cane, il tutto con nello stomaco solo un pò di carne e una fetta di pane integrale, magari, non è divertente. Quindi tu, padre/fratello/fidanzato/marito, cerca di riflettere. Se ad esempio butti la buccia di banana nella pattumiera invece che nel sacco dell'immondizia, se i boxer sporchi li metti nel cesto o nel secchio vicino alla lavatrice, se magari tiri fuori una pentola e ci metti un pò di pasta dentro senza stare un'ora a spelluzzicare in attesa di lei, facendole trovare la cena pronta, le rendi la vita un pò più facile. Le eviti una crisi di nervi. E non ti aspettare che la sera trovi sempre la forza e la voglia di farti due coccole e qualcosa di più: di quelle incredibili macchie di fango che hai lasciato in corridoio perchè non ti sei tolto le scarpe e che poi hai fatto diplomaticamente finta di non vedere, se ne ricorda. Sì, perchè è stata a pulirle mezz'ora.
Vogliono un pò di educazione. Non siamo tenute a fare la maggior parte delle cose alle quali ci dedichiamo per il bene comune (fra le quali pulire, stirare, cucinare manicaretti, cedere il posto alle persone anziane sull'autobus, procreare), lo facciamo per bontà d'animo e predisposizione genetica. Dicci "Grazie". Non sempre, una volta ogni tanto, così, per farci capire che non credi che il vomito del cane dal divano se n'è andato da solo.
Vogliono soddisfazioni. Leggendo i sondaggi e le statistiche scopri una cosa brutta: noi donne andiamo in media meglio a scuola, lavoriamo più sodo e siamo più responsabili, eppure le grandi dirigenze, i posti di rilievo, li hanno quasi tutti uomini. Quindi, quando la tua migliore amica si lancia in un monologo femminista dai toni accesi, non ti arrabbiare: non ce l'abbiamo con voi, è solo frustrazione.
Diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Ci avete sottomesse e maltrattate, sottostimate e calpestate, ci avete messo una scopa in una mano e un bambino nell'altra, ci avete detto che eravamo fiori e trattate come erbacce per più di 2000 anni. Ora non venite a dirci che vi facciamo paura.
Sluggard - sabato, 19 aprile 2008 - 21:46
Quando aprii questo blog misi il titolo di getto. Non ci pensai nemmeno mezzo secondo. E non tanto per il mio amore (immenso) per la lingua italiana, specie nella forma corretta, quanto per ragioni molto più personali.
Una mattina ero, come al solito, a scuola. Lo scenario apocalittico che mi circondava era composto da un ammasso di non più tanto adolescenti (insomma a 19 anni ne sei quasi fuori) agonizzanti sui banchi. Alla cattedra la stanca e disillusa prof di fisica risentiva uno dei miei brillanti compagni di studi, che non stava nemmeno andando male. Improvvisamente, in mezzo a un discorso, l'esimio collega si inceppa. Si concentra un attimo. Poi sorride, imbarazzato: "Non mi viene il congiuntivo di cadere". La prof lo guarda e, altrettanto sorridente, gli dice "Cosa vuoi che sia un congiuntivo. Continua, vai, ho capito cosa volevi dire." E lui riparte, tranquillo, evitandosi l'infausta coniugazione.
Intanto io, ferma nel mio banchino con l'ultimo di Baricco tra le mani, partivo in un trip mentale illuminante. Perchè si può saltare il congiuntivo e non il nome di un anello di Saturno? La conoscenza di ambedue è importante e sebbene io possa capire che la prof di fisica non sia molto interessata alla grammatica, alla fine stanno facendo tutti così. Prendono il congiuntivo e lo indicativizzano, come a volerlo riportare sulla sua retta via. Politici, presentatori di documentari, giornalisti e ultimamente ho trovato qualche congiuntivo ignorato anche in un libro, nemmeno di cattiva qualità. Il congiuntivo non piace. E' complicato e guastafeste, è diverso e non immediato. Il congiuntivo, povero, è l'outcast della lingua italiana.
Eppure è bello, o almeno, a me piace. Di solito esprime un desiderio, un'esortazione, il preludio di una promessa.
"Che tu abbia tutto quel che ti meriti!"
"Che caschi il mondo, ti proteggerò!"
Può essere anche malvagio:
"Che ti venga un accidente!"
Il desiderio, il fine, la preghiera. Anche se ha un pò spartito il malloppo con il fratellino condizionale (anche lui in condizioni di precariato), il congiuntivo è il modo dell'indefinito, del non certo, dell'astratto. E' un modo poetico. I greci e i romani ne facevano un uso spropositato ed è proprio quando inizi davvero a capire il congiuntivo che ingrani con le loro lingue. Quando inizia a capire che la grammatica non è solo una questione di memoria, ha in se stessa un che di concettuale.
Io, per la verità, mi sento un pò congiuntivo. Saranno tutti quei libri che leggo, saranno quei film strani che vedo. Sono arrivata a quasi vent'anni, mi sono guardata allo specchio e ho capito di essere un congiuntivo. E non per una questione di stile, di musica, di idee politiche. Un congiuntivo spontaneo. E quando una persona alla quale tenevo (tengo) molto mi ha detto "Sei folle" e dentro quell'affermazione c'era sia un "mi piaci per questo" sia un "mi allontanerò per questo", mi sono sentita più congiuntivo che mai.
Per come la vedo io, non esiste più la normalità, anzi, tutti sono in lotta per essere "diversi", per non sentirsi massa. Ma al momento giusto, sanno tirare fuori il binario corretto su cui camminare. L'eccentricità la si concentra in un abito, in una voce troppo alta, in una sigaretta un pò speciale. Poi, al momento giusto, quando serve, si fa un salto e si ritorna sul binario.
E io, che me ne ero bellamente fregata per vent'anni, mi sono improvvisamente resa conto che quel binario l'ho perso, non riesco nemmeno più a vederlo. Che ci ho costruito un muricciolo di libri intorno e in cima al muricciolo ci ho messo qualche giornata passata a guardare il cielo e basta, tanto per renderlo più solido. Mi sono resa conto che quando dico qualcosa di strano non me ne accorgo più, perchè è il mio modo di ragionare che è andato al largo.
E adesso vorrei disperatamente ritrovare il mio, il loro, il vostro (uno qualsiasi, insomma, vanno bene tutti) indicativo per riacciuffare quella persona, ma non ci riesco più. Ma per fortuna, essendo un congiuntivo, ho le mie subordinate finali, le mie esortazioni, i miei desideri. E così lo ridisegno con quelli e lo lascio andare sul suo binario. Quello giusto, quello dei congiuntivi per poco e indicativi per sempre. Io rimango qua, con i miei libri, i miei peluche, i miei sogni. I primi, soprattutto.
"Chiedi alla polvere" di John Fante è fantastico, per inciso.
Sluggard - mercoledì, 02 aprile 2008 - 20:27
Che alla maggior parte dei "vecchi" i giovani piacciano poco lo sapevamo da tempo. Quanti hanno sentito criticare i modi di fare, vestire, parlare, rapportarsi dei ragazzi da persone over 55? Possiamo cominciare dalla mattina quando orde di studenti prendono l'autobus: siamo in tanti (o meglio lo sembriamo) perchè a scuola ci andiamo quasi tutti, moltissimi anche all'università. Così un autobus qualsiasi si riempie, di fermata in fermata, di fanciulli dai 12 fino ai 28, chi con l'alito ancora odorante di caffellatte, chi con l'ipod a tutto volume, chi con gli occhi chiusi, chi con il libro aperto per ripassare. Non abbiamo scelta. A scuola devi essere entro le 8:30 a meno che tu non voglia stare ore a giustificare (spesso senza essere ascoltato) un ritardo.
Poi ci sono loro.. qualcuno è un nonnetto gentile, qualcuna una non più giovane chiaccherona, la maggior parte si comportano più come mostri delle fiabe che come persona. I problemi partono fin da quando questo isterico over 55, che chiameremo Ersilia (perchè sì, la maggior parte dei personaggi cattivi dell'autobus sono tristemente esponenti del "gentil" sesso), si issa sull'autobus. Ersilia si trova davanti alle gambe stanche (forse per le scarpe tacco 9 a 70 anni?) una foresta di zaini e di cartelle, di converse e ballerine. Non le sopporta. Non capisce perchè la sua passeggiata (perchè si, la maggior parte di questi scassacazzo -permettetemi il francesismo- sono diretti al supermercato per comprare UNA cosa o al cimitero a trovare il defunto coniuge) debba essere disturbata da questi ingombranti oggetti. Le sfugge il fatto che avendo un allievo in media 5 ore davanti a sè ha bisogno di -uno più, uno meno- cinque libri di testo e altrettanti quaderni. Le sfugge il fatto che quel pesante macigno sulle spalle nessuno lo porta per piacere personale, ma per (ahinoi) dovere.
"E quelle scarpacce? Perchè questi esseri sgambettanti devono avere piedi così grossi?" pensa Ersilia, irritata.
E così la generica Ersilia arriva a fare due cose (a seconda del carattere della persona in questione):
A) Gettarsi in quel mare senza dire nè "Permesso" (sono pronta a mettere la mano sul fuoco che la maggior parte degli under 30 le farebbe spazio, anche il più cafone), con l'ottimo risultato di riuscire a inciampare, investire minimo tre malcapitati, appoggiarsi a loro per issarsi nuovamente sù come fossero comodi cuscini, tirare un bel pestone alla prima scarpa da ginnastica che vede e poi cercare un coetaneo per lamentarsi ad alta voce della "ignoranza" dei giovani.
B) Iniziare, fin dalla porta, a gridare "Cos'è questa confusione/tutta questa roba? Io devo passare!! Andate più in là -
sciò, sciò bestie!" e continuare a farlo ogni mattina, prima dell'esplosione di uno della "banda Eastpack".
Ersilia è riuscita ora a posizionarsi nell'esatto centro dell'autobus. Il faticoso traguardo l'ha però raggiunto NON per stazionarci (figuriamoci!), ma solo per avere la miglior panoramica possibile dei posti a sedere. Magari qualcuno la nota, gesticola per attirare la sua attenzione e le offre cortesemente il posto a sedere. In generale quel posto non le piace perchè o è a ritroso rispetto al senso in cui va l'autobus oppure (più frequentemente) nota la presenza di qualche extracomunitario lì vicino (
sia mai!). No, Ersilia ha ben altre mire. Vuole quel posto in mezzo a quella gioventù che tanto le sta antipatica, perchè quelli formeranno con i loro corpi una utile barriera fra lei e gli stranieri, perchè lì c'è già seduto uno mezzo addormentato e isolato dalla musica che gli pompa a duemila nei timpani e, soprattutto perchè sa già che avrà ottime occasioni (a suo parere) per lamentarsi. Ersilia riaffronta così l'esercito di cartelle e si posiziona di fianco al suddetto soggetto. Lui è a occhi socchiusi, evidentemente distratto e lontano, forse nel letto, forse al concerto del gruppo che sta ascoltando. Ma Ersilia non vuole
chiedere il posto. Lei lo
esige. Così, invece, di toccargli la spalla per attirare l'attenzione del ragazzo, inizia a lamentare con l'adulto più vicino reumatismi e dolori post-operatori, labirintiti e ipertensioni. Il casuale interlocutore di solito abbozza un sorriso tirato senza dire niente. Lei continua a menzionare tutti (più qualcuno aggiunto per la specifica occasione) i suoi acciacchi. Lancia un occhiato al malcapitato che, inconsapevole di ciò che sta succedendo, continua imperterrito a guardare la strada e ad ascoltare la musica. Eccola. L'
occasione
"Questi giovani... Ah, ai miei tempi... Certo che noi..." Sì, loro. La generazione dei nostri nonni, a sentire questi esemplari, non faceva
niente. Loro erano educati, gentili e rispettosi. Onesti (Silvio Berlusconi, è nato nel 1936, Craxi nel 34, giusto per citare due esempi di honestatis), pii, buoni. Ottimi figli e soprattutto ottimi genitori. "Ma i genitori di questi, cosa gli insegnano?" . I nostri genitori, per inciso, equivalgono più o meno ai suoi figli. E continua così, finchè il poveretto esce dal suo stato di alienazione (causa cellulare che squilla) e riesce a rendersi conto che c'è un'anziana signora che sta indirettamente inveendo contro di lui. In generale cede il posto e si eclissa in lidi dell'autobus più tranquilli, come in mezzo agli zingari.
Certo, la nostra generazione non è bella. E' spesso frivola e superficiale, più attaccata all'ultimo modello di cellulare che al libro di storia, più vulnerabile, più influenzabile, più pigra di quelle precedenti. Ma, nonostante non mi senta affatto in sintonia con i miei coetanei e sia io per prima spesso a criticarli, voglio comunque spezzare una lancia in loro favore: siamo una generazione che è dovuta crescere in fretta, sempre più in fretta, in ogni senso. Siamo quelli che hanno avuto come migliore amica d'infanzia, nella maggior parte dei casi, la televisione perchè uscire fuori è troppo pericoloso. Siamo quelli del genitore della domenica, troppo stancato dal lavoro a ritmi assurdi per una miseria di stipendio per portarci allo zoo, al parco, in campagna. Siamo i figli di genitori un pò troppo impegnati, un pò troppo bambini, che ci dimostrano il loro amore con l'ultimo Nokia o con un cappellino da 150€. Siamo sempre di più figli di genitori divorziati, figli di persone alla ricerca di se stesse, che ci vedono come gabbie, per quanto ci amino. E se quando siamo in branco facciamo confusione e beviamo e a volte ci droghiamo da star male, non è perchè non capiamo, è perchè speriamo che almeno così qualcuno finirà per notarci, per ascoltarci, per farci sentire centro e parte di qualcosa.
Non abbiamo una meta. Sappiamo che qualunque strada decideremo di intraprendere dopo le superiori, università o lavoro che sia, sarà sempre in salita, perchè di posti ce ne sono pochi e noi siamo tanti, perchè nella maggior parte dei casi siamo figli di nessuno e questo
nessuno ci pende addosso come una condanna alla precarietà. Davanti un buco nero, il passato se n'è già andato e allora non ci rimane che l'oggi. Oggi mi voglio divertire, me la voglio godere, voglio bere, voglio fumare, voglio che lei/lui mi guardi e mi trovi speciale, voglio essere considerato grande semprei, non solo quando torno a casa e la trovo così vuota da sentire il rimbombo dei miei passi.
Sono stata un pò prolissa. Ho intitolato il post "La banda dell'Eastpack" perchè è lo zaino che usiamo più o meno tutti, studenti delle medie, delle superiori e dell'università, sancarlini (precisi, pottini), alternativi o gabber, maschi e femmine. E questa oratoria è stata originata da questo:
Ho cancellato il link all'articolo perchè mi sfasava il template... comunque era su moskito, il suono che possono sentire solo i giovani usato come "scacciaragazzi".. lo potete trovare sulla Repubblica!
Sluggard - domenica, 30 marzo 2008 - 16:40
SAMBUCA DI SICILIA (AGRIGENTO) - Un operaio disoccupato di Sciacca si è cosparso di liquido infiammabile nella sua auto e si è dato fuoco. E' la ricostruzione fornita dai carabinieri dalla compagnia di Sciacca sulla morte di Giovanni La Greca, 38 anni, il cui corpo carbonizzato è stato trovato nelle campagne di Sambuca di Sicilia.
I militari ritengono che non siano dubbi sulla dinamica della tragedia e sul suicidio. L'uomo, secondo la ricostruzione fornita dagli investigatori, era depresso per problemi economici e prima di uscire di casa aveva espresso le proprie preoccupazioni e nervosismo, per questo motivo, ai suoi familiari. Poco dopo la tragedia.
(
30 marzo 2008)
www.repubblica.it
Insomma, Giovanni era depresso. Niente lavoro, quindi niente soldi, quindi niente vita decente. Mi verrebbe da criticargli la scelta della modalità (insomma, bruciarsi vivo è un pò masochistico, penso sia tra i modi più dolorosi di suicidarsi), ma presumo abbia avuto le sue ragioni. E adesso voglio proprio sentire chi dirà "Un gesto incomprensibile", perchè di sicuro ci sarà qualche stronzo che se ne verrà fuori con espressioni di questo tipo. Incomprensibile un cavolo. Come si campa senza lavoro e quindi senza soldi? Di prestiti, di piaceri, di stenti, di lotta. Bella vita. Sì, lo sò, i bambini che muoiono di fame e le donne sudamericane che fanno gallette con fango e avanzi ci sono e di sicuro non sono tutti in fila ad attendere il proprio turno per gettarsi dalla rupe più vicina a casa.
Ma è una condizione un tantino diversa. Innanzitutto c'è la differenza fra chi non sa nemmeno COSA sia avere la pancia piena e chi invece lo sa benissimo e ne sente terribilmente la mancanza. E poi si, insomma, tecnicamente noi viviamo in Italia. In un paese industrializzato, in cui non dovremmo avere problemi del tipo cibo-vestiti-casa. E invece li abbiamo, eccome se li abbiamo.
Ora, da un certo punto di vista ormai va di moda gridare contro la nostra economia che non funziona, contro la finanziaria (amen), contro i prezzi, contro i commercianti ladri. Dalla "Nazione" fino a "Occhio alla spesa" su Rai Uno tutti ci dicono "Poverini."
Quello che io non capisco è DOVE spariscono tutti questi soldi, perchè alla fine noi le tasse le paghiamo. Ci sarà qualche evasore fiscale, due centinaia di falsi invalidi, ma non siamo tutti dei "fuori legge".
E se la ricerca non va avanti perchè non ha fondi, se gli ospedali pullulano di persone che non sono in grado di assistere, se per avere una sovvenzione statale di qualunque genere bisogna avere al massimo 20 anni perchè i tempi di attesa sono di due paia di decenni minimo, se le scuole cadono a pezzi, insomma, se a quanto pare non li spendono in nessuna cosa, dove cazzo sono questi soldi?
A me, personalmente, l'Italia non sembra un paese così malmesso. Le nostre città principali pullulano di turisti e così le località marittime in estate. Abbiamo pianure, monti e colline, corsi d'acqua e mari, una delle cucine più rinomate al mondo, grandi case di moda che esportano ovunque (del tipo che i giapponesi vengono qua per comprarsi un bel paio di scarpe tacco 12 di Gucci, più che per il Duomo di Milano).
Mi sorge il dubbio che siamo proprio noi i coglioni. E non i politici, eh. Che loro sarebbero in pochi contro la moltitudine. Proprio noi. Noi che ci lamentiamo la mattina sull'autobus di pagare un'esagerazione di biglietto per prenderci strane malattie della pelle come ci appoggiamo al sedile. Noi che siamo più o meno tutti concordi nel dire che Berlusconi è cacca, ma che poi, nella solitudine della nostra cabina, lo votiamo. Noi che ci facciamo trainare da uno strillone qualsiasi (
www.beppegrillo.it), un demagogo che aizza il malcontento popolare in modo poco costruttivo. Noi nello sguazzare nella merda e nell'essere il terzo mondo d'Europa ci troviamo una punta di masochista piacere.
Giovanni avrebbe potuto continuare a lottare, ma evidentemente era convinto fosse una causa persa.
E, qualsiasi cosa si possa dire, qui il problema non è che Giovanni si è ammazzato. Qui il problema è che Giovanni si è ammazzato perchè aveva le pezze al culo. Come (quasi) tutti noi.